ROBERTO CHESSA - REESON STORIES #8

Roberto Chessa è un Visual Artist, nato a Nuoro e residente a Sassari, che vovevo intervistare da tempo. Per vari impegni di entrambi non lo incontro spesso ma, quando lo incontro, è piacevolissimo parlarci e confrontarsi.
Ho sempre pensato che Roberto sia uno di quelli che, a testa bassa, porta avanti la propria ricerca e sperimentazione, essendo capace di rinnovarsi e accettare sempre nuove sfide.

Cosa penso di Roberto? “Quello che avete già visto non è tutto, Roberto Chessa può sorprenderci in qualunque momento, ha svariati modi per “esprimere un concetto, un messaggio”.

(Intervista di Luca Rizzotto)


- Ciao Roberto grazie per aver accettato quest'intervista per le Reeson Stories.    RC: Grazie a voi per l’opportunità, è un piacere essere nelle vostre stories.


- Come ti sei accorto di avere una vocazione per la creatività e la manualità, così da decidere poi di intraprendere gli studi artistici?
   RC: Sin da piccolo disegnavo, ero rimasto affascinato dagli illustratori Disney e dalla velocità con cui riescono a creare i loro personaggi. A quei tempi la mia famiglia possedeva una roulotte ed io, nei pomeriggi d’estate, invece di andare al mare, rimanevo rinchiuso a disegnare i personaggi dei cartoni animati, studiando la tecnica per eseguirli il più veloce possibile. Successivamente ho iniziato a fare ritratti e disegni più articolati e complessi. Inoltre mio padre dipingeva in età giovanile e quando guardavo i suoi quadri mi sentivo attratto dalla pittura. Poi da lì è stato un susseguirsi di avvenimenti, l’istituto d’arte e l’accademia di belle arti di Sassari.

roberto chessa painting pittura
- Ti definisci un artista oppure un visionario?
   RC: Un visionario direi, la parola artista oggi ha preso un significato che non rispecchia più la sua funzione d’origine.

- Ho visto tanti lavori tuoi, sia come illustratore, decoratore, pittore, ti ho visto fare breakdance, quali di queste tue personalità ti accompagna maggiormente durante la vita di tutti i giorni e perché?

Sì, è vero, ho passato diverse fasi e ogni volta mi sono espresso in modo diverso. Il tutto fa parte di un processo creativo a cui tutti sono messi alla prova, sperimentare è importante. Il breaking e la pittura rimangono comunque le cose che ancora oggi mi danno coraggio e mi aiutano nella vita di tutti i giorni.
Il breaking mi ha sempre aiutato a superare le difficoltà e mi ha reso creativo. La pittura invece è qualcosa che quando ti rapisce ti accompagna per tutta vita, è una missione ad occhi chiusi che non sai mai come andrà a finire. In definitiva non credo ci sia una personalità dominante fra questi due aspetti, infatti con il tempo esse sono diventate una cosa sola in me.

quadro pittura artista sardo

- La Breakdancing ha sempre fatto parte della tua vita, concetti come b-boy, breaking, b-girl, graffiti, breaks, breakbeat music fanno parte del tuo background e della cultura hip-hop. Quanto “hip-hop” c'è nella tua arte?
  RC: Sono molto felice che tu mi abbia fatto questa domanda. Molte volte le persone del mondo dell’arte vedono in questa cosa una dissonanza. Invece c’è molto nella mia pittura che ha a che fare con il mio background. La ricerca di uno stile riconoscibile è parte fondamentale nel concept del breaking, dei graffiti e dell’Hip Hop nelle sue svariate forme, così come questa ricerca di stile fa parte del mio percorso pittorico. Inoltre il breaking mi ha dato modo di essere me stesso, mi ha insegnato molto sulla corporeità e sullo spazio, su quanto si è capaci di spingersi oltre ogni normale convenzione. In parallelo, nella mia pittura geometrica si intravede un senso di ambizione, che deriva dalla volontà di affrontare questa dimensione, in questo caso lo spazio pittorico. La volontà di dipingere le forme geometriche senza l’uso di squadre e righe è la risposta ad una sfida contro me stesso. Questo credo abbia molto a che fare con il breaking e la sua capacità di raggiungere obbiettivi che
prima erano solo pura immaginazione.

- Streetwear, una parola inflazionata, abusata. Noi della “vecchia scuola” eravamo abituati a legare lo streetwear alle controculture, come vedi lo stato attuale dello streetwear internazionale?
  RC: Credo che l’aspetto commerciale delle cose con il tempo snatura sempre l’origine di ogni cultura. Streetwear è sempre sinonimo di controcultura per chi la vive come tale. La moda e l’evoluzione del marketing hanno rapito l’aspetto vendibile della cultura, hanno capito le potenzialità. Chi ha vissuto l’origine sa bene che lo streetwear nella vecchia scuola ha portato alla luce concetti e valori che appartenevano alla cultura della strada che prima erano più vicini al nostro modo di essere e che noi ci siamo sentiti in dovere di rappresentare. Oggi quest’aspetto di rivoluzione viene meno nelle nuove generazioni, esse sono cambiate e giustamente hanno un diverso approccio alla cultura e alla modernità. Ormai l’immaginario è autocelebrazione.

- Hai avuto anche tu un brand streetwear, raccontaci un po'.
  RC: Sì, nel 2011 ha preso forma un progetto che avevo in mente da tempo e così è nato “Inoke Clothing”, un brand strettamente legato alla street culture Hip Hop. È stata una bella esperienza che al momento ho messo da parte perché molto impegnativa. Mi occupavo praticamente di tutto, dal design alla produzione e alla distribuzione. Spero con il tempo di poter riprendere in mano il progetto.

artista arte contemporanea astrattismo
- Se domani, dovessi decidere di cambiare completamente la tua arte da cosa partiresti e come la esprimeresti?
  RC: Quando si decide di cambiare è perché qualcosa è cambiato dentro di noi. L’arte si evolve come la vita. Io avevo dentro qualcosa che dovevo tirare fuori e mi sono riscoperto in qualcosa di nuovo. Nella pittura è necessario rimanere freschi e contemporanei quindi è fondamentale aggiungere sempre qualcosa di innovativo che evolva il linguaggio che siamo tenuti a rappresentare. La mia pittura in questo senso mi aiuta perché sperimento continuamente delle forme geometriche che a volte nella costruzione tendono a sorprendermi. Questo lo ritengo il momento più interessante: “Quando nella pittura succede qualcosa”, nel gesto e nella spontaneità, un senso di sorpresa che ti fa intuire come procedere al passo successivo. Quello è il momento che ritengo sia sempre un buon punto da cui partire nuovamente e cambiare.

- Ultimamente la tua pittura si è spostata sull'astrattismo contemporaneo, come hai intrapreso questa strada?
   RC: Ritornato da un soggiorno a Londra durato quasi 5 anni, mi sentivo confuso. Dipingevo ma non riuscivo ad esprimermi come volevo. Sapevo che un noto pittore di Sassari, Giovanni Manunta Pastorello, stava aprendo una scuola di pittura a Cagliari. Così lo chiamai dicendogli di voler assolutamente partecipare al suo corso. Ricordo benissimo che mi disse che lui non insegnava a dipingere alberelli e che nel suo corso voleva delle persone serie. Persone che nella vita volevano veramente fare gli artisti. Sembrava la mia occasione per capire chi veramente fossi e cosi mi sono buttato in quest’avventura durata 3 mesi. È stato come vivere in una bottega d’arte, si parlava, si litigava e si rideva. Un casino, insomma!

pittura acrilico artista sardo sardegna

- Il 2019 è ormai passato, che progetti artistici hai in programma e cosa dobbiamo aspettarci nel 2020 dalla tua arte?
  RC: I progetti sono tanti e mi piace scoprirli al momento opportuno. Il fascino della sorpresa non va sottovalutato. Come quando si cammina per strada e svoltiamo un’angolo e ci troviamo davanti ad un graffito dai colori incredibili. Quindi vi lascio con l’acquolina in bocca.

- Grazie per il tuo tempo è stato un piacere essere qui con te, ci vediamo per una birra!
  RC: Grazie a te Luca e un abbraccio a tutto il team Reeson! A presto.



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